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Born to be the best, born to be Kobe Bryant

Prima o poi ogni essere umano si pone di fronte ai propri limiti, ricercando dentro se stesso la strada giusta per superarli. Non é il caso di Kobe Bean Bryant, cinque volte campione NBA con i Los Angeles Lakers, universalmente riconosciuto come uno dei migliori giocatori di basket di ogni epoca.


Figlio d'arte, il giovane Kobe ha trascorso sette anni della sua infanzia in Italia al seguito del padre Joe, detto Jelly Bean, cestista che ha vestito le maglie di Rieti e Pistoia tra le altre. Proprio nel Bel Paese ha mosso i primi passi su un campo di pallacanestro. Non immaginatevi il classico bambino, che al primo allenamento piange per paura che la mamma lo abbandoni in palestra, lasciandolo solo e indifeso all'omone con il fischietto che si fa chiamare coach. Il piccolo Kobe non sa che cosa sia la paura, é nato per competere, a 10 anni  ha già ben chiaro  tutto ciò che gli interessi nella vita: vincere. Si racconta che a Rieti, durante una partita contro ragazzi due anni più grandi di lui, sia stato capace di far piangere tutti i suoi avversari, costringendo il suo coach a sostituirlo nel giro di cinque minuti per manifesta superiorità. Al ritorno in panchina fu il giovane Kobe a scoppiare in un pianto dirotto, incredulo e deluso, perché sin da allora totalmente estraneo al concetto di compassione sportiva.


In una recente intervista la mamma ha confessato di essere stata seriamente preoccupata per l'abitudine, quasi  morbosa, che aveva il figlio di copiare ogni movimento vedesse fare al padre su un campo da gioco.  Si trattava pur sempre di un bambino, ma alla luce dei fatti, ne siamo veramente sicuri?  Un bambino appena uscito dalla palestra ripete da capo gli allenamenti a casa? Per un normale essere umano no, ma Kobe non é uno come gli altri e non lo sarà mai per tutta la sua vita.


Tornato in America con la famiglia, si iscrive alla Lower Merion High School di Philadelphia, dove naturalmente frantuma ogni record di punti, quasi tutti appartenenti ad un mito assoluto, fino ad allora ritenuto inarrivabile, come Wilt Chamberlain. È noto come, in ogni partita della sua squadra, chiedesse al proprio coach di potersi occupare del miglior giocatore avversario, salvo poi omettere completamente la difesa. Perché costringere i suoi ad arrivare all'ultimo quarto sotto nel punteggio?  Semplice, il ragazzo  aveva il copione già pronto, che recitava ogni volta lo stesso finale annunciato: Kobe si prendeva tutta la scena trascinando i suoi nella vittoriosa rimonta. 


Pazzia? Incontenibile egocentrismo? No, é l'ossessione a governare ogni pensiero e ogni azione di quel perfetto animale da pallacanestro chiamato Kobe, legata a un'ambizione smisurata e una fiducia illimitata nei propri mezzi. Solo un'atleta prima di lui aveva messo insieme tutto questo, dovreste averne sentito parlare, di nome fa Michael, di cognome Jordan.


Fatto sta che il giovane Kobe si dedicò ossessivamente a copiarne i movimenti, i comportamenti, avendo perfettamente chiaro che l'unico modo per essere il migliore, fosse battere il migliore.


Per provare a comprendere il suo carattere sprezzante, basterebbe raccontare il primo incontro tra i due, organizzato dal mitico Phil Jackson, sei volte Campione con i Bulls  e all'epoca allenatore del diciottenne Bryant. La speranza del Coach era che il carisma magnetico e dirompente di Michael Jordan potesse placare l'animo solista, impulsivo e spregiudicato del più giovane collega. Come reagireste voi al cospetto del vostro idolo? Stretta di mano, sorriso a 32 denti "Sai che posso farti il c*** in uno contro uno, vero?". Kobe é Kobe, nessun altro bipede sulla faccia della Terra avrebbe mai osato parlare in questi termini a Jordan. Non c'é da meravigliarsi, Bryant è uno che umilia i compagni anche solo con uno sguardo. Chi fa parte del suo mondo deve attenersi alle sue insostenibili pretese. Per lui la vittoria è frutto del sacrificio, del lavoro, della perfezione nei dettagli. Gente come Payton, Malone e Howard é stata soffocata dalla personalità smisurata del 24 dei Los Angeles Lakers, capace fuori dal campo di licenziare la sorella e di citare la mamma in giudizio, per aver tentato di mettere all'asta dei vecchi ricordi del liceo.
Kobe non fa sconti a nessuno, neanche a se stesso. L'11 Settembre 2001 ha appreso la notizia dell'attacco terroristico alle Torri Gemelle, mentre si allenava. Fin qui nulla di strano, direte voi. Il punto é che a Los Angeles erano le 6 di mattina e che stesse in palestra già da un paio d'ore, per paura che qualche collega della costa Est potesse, con due ore di vantaggio sul fuso orario, allenarsi più di lui.


Kobe oggi é un fantastico trentottenne, a libro paga per 24,5 milioni di dollari a stagione. Dopo due anni di inattività per infortunio, é l'attuale capocannoniere della NBA 2014\2015 con quasi 27 punti di media, ha sfondato il muro dei 32000 in carriera e si appresta a conquistare il terzo posto tra i migliori marcatori di tutti i tempi, scavalcando proprio il suo mito Michael Jordan. In una gara del 2006 contro i Toronto Raptors é stato capace di segnarne addirittura 81, seconda migliore performance di sempre, dopo gli inarrivabili 100 del solito Chamberlain nel 1962.


Cosa si può volere di più da una vita e una carriera così? Cos'é che fa ardere ancora il fuoco del suo agonismo? La risposta é in un numero: 5 come i  Titoli Nba vinti da Kobe contro i 6 messi in bacheca da Jordan. A 10 anni come a 38 una sola, morbosa, compulsiva ragione di vita: essere il numero 1.


Pensate che sia una classica storia americana? Vi sbagliate di grosso, perché l'elemento detonatore del big bang che ha generato la stella Kobe Bryant è tutto di matrice italiana: la passione, forgiata nella sua mente grazie all' infanzia passata nello Stivale.

Come ogni grande personaggio, Kobe si può amare o detestare, voi da che parte state?

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Giovedì, 23 Novembre 2017