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Vorrei vivere in un film di Wes Anderson

“Vorrei vivere in un film di Wes Anderson”. È questa la frase che alberga nella mia mente ogni volta che mi immergo nella visione di un suo film.


Il regista statunitense, nonché sceneggiatore delle sue stesse opere, ha infatti l’innata capacità di far immergere lo spettatore in una favola onirica, caratterizzata da ambientazioni che sembrano quasi irreali ai nostri occhi sebbene si tratti di luoghi realmente esistenti e assolutamente alla portata di tutti, come può essere il vagone di un treno, un bagno o un ascensore. E questo espediente riesce a crearlo grazie alla fotografia. Provate infatti a mettere pausa in un momento qualsiasi della visione del film: avrete l’impressione di guardare un quadro, perfettamente equilibrato sia a livello prospettico che cromatico. I suoi colori sono forti e vivaci, raramente usa toni cupi, proiettando l’osservatore in un mondo astratto e felice: basta pensare ai Courtesan au chocolat della pasticceria Mendl’s in "Grand Budapest Hotel" confezionati in scatole rosa, o alle sgargianti tutine rosse de "I Tenenbaum".


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L’effetto dei suoi “dipinti fotografici” viene accentuato poi da una colonna sonora mai banale e sempre coinvolgente: un esempio sono le musiche del film “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, dove il musicista Seu Jorge è riuscito a riarrangiare le canzoni di un artista del calibro di David Bowie in portoghese.


 Quello che succede nelle pellicole va al di là di ogni logica umana, per il semplice fatto che i personaggi dicono sempre quello che pensano e fanno sempre quello che vogliono, senza risultare  mai cattivi sebbene siano palesemente scorretti, e quindi rendendoli ancora più strani ed accentuando la differenza con quanto avviene nella vita quotidiana, dove i pensieri sono filtrati in funzione della sana educazione civica ed ogni azione crudele viene dalla coscienza umana puntualmente condannata.


In questo artificio magico ed innocente però, non si deve cadere nell’allettante tentativo di rifugiarci in un mondo apparentemente calmo e superficiale, dove nulla è turbato. Al contrario, in esso si nascondono tra le tematiche più drammatiche. Anderson è in grado di parlare di problemi come litigi e abbandoni familiari, delusioni amorose e morte senza mai indugiare troppo a lungo sul loro lato negativo, che in qualche modo viene nascosto durante tutta la visione grazie alla complessa rete di legami che unisce i personaggi e li rende parte di quella globale atmosfera gioiosa ed ironica (in ogni caso si tratta di ironia sottile e satirica per gli osservatori più attenti). Preso singolarmente, ogni personaggio è triste e solitario, ed è per questo che alla fine di ogni film di Wes Anderson non ne esco unicamente immersa nella magia come il film stesso si presenta, ma mi rimane in bocca un sapore agrodolce, che probabilmente è il motivo che rende l'opera ancora più geniale, e vorrei che queste storie non finissero mai.

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Sabato, 07 Dicembre 2019