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Pensieri & Parole dal team di Active Media

Lenny Kravitz - Stand

Pubblicato il 6 giugno 2011, estratto dall’ album Black and White AmericaStand è un brano musicale prodotto, arrangiato, composto e interpretato da Leonard Albert Kravitz, meglio noto come Lenny Kravitz. Il brano venne scritto e dedicato ad un suo amico intimo, rimasto paralizzato inseguito ad un incidente. Una particolarità di questo pezzo oltre al suo divertente video è il modo in cui fu annunciata la pubblicazione del singolo ovvero attraverso il social network Twitter, dove il cantante aveva lasciato il messaggio: “Stand the first official single”.

Il teaser trailer, girato da Paul Hunter e lanciato sul canale ufficiale YouTube del cantante, sempre nel 2011, vede il fantastico Lenny Kravitz interpretare tre personaggi: il presentatore del programma Run For Your Money, classico quiz televisivo a premi, in cui  riesce a ingannare tutti i concorrenti, il batterista Bubba Washington, il quale smaschera il presentatore che cerca di fuggire con i premi non assegnati, e infine l’ospite cantante Desmond Richie. Certo in questo pezzo non si riscontra la solita energia sprigionata dal cantante, ma si può apprezzare come l’artista abbia provato, con più o meno successo, a riprodurre le melodie funky-soul a cui è particolarmente legato sin dall’infanzia.

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All apologies - Testamento "involontario" di Kurt Cobain

Si fa presto a dire che "Unplugged in New York" ci è stato lasciato come una sorta di testamento di Kurt Cobain. Si fa presto a dire che l'atmosfera, le canzoni, gli abiti ed il mood furono scelti ad arte dallo stesso Kurt, il quale chiese alla produzione di MTV di non tagliare nessuna scena in cui ridesse o scherzasse con il pubblico, è troppo facile.


Nella mente deviata del grande idolo, forse, questo progetto si è concretizzato senza alcuna volontà, chi ha letto a fondo "I diari di Kurt Cobain" sà bene che le idee e la coscienza del leader dei Nirvana erano in quel momento più che mai confusi sul "dover essere" una Rock Star e l'odiare proprio quel ruolo che i suoi fan di tutto il mondo gli attribuivano: Kurt voleva solo essere lasciato in pace e vivere la sua musica nel modo in cui voleva, ma ormai aveva capito che nella fragile giostra dello Show-Business, se si ha veramente talento, si può salire ma non si può mai scendere.


Il talento di Kurt era stato quello di riuscire ad esprimere in musica sentimenti ed emozioni difficilmente "vendibili" in ambito musicale, come la depressione, la rabbia "cosmica", la solitudine, ma ci era riuscito! Era riuscito a creare un intero movimento di persone che urlavano ai suoi concerti le stesse emozioni che lui esprimeva sul palco, si creò la drammatica situazione in cui una persona parla della sua solitudine insieme a migliaia e migliaia di persone, che si deprime per una vita agiata, che mostra rabbia verso un sistema in cui egli stesso si ritrova a far parte.


"Mi piace infiltrarmi nell'ingranaggio di un sistema fingendo di farne parte e poi lentamente far marcire tutto l'impero da dentro."


Così scriveva in uno dei suoi tanti appunti in quei diari e forse, dopo averlo riletto in un secondo tempo, ha capito che per quanto avesse lottato non sarebbe mai riuscito a far marcire un bel niente, sarebbe diventato anche lui un ingranaggio del sistema musicale sforna-singoli e mangia-soldi. Forse oggi si sarebbe ritrovato grasso a 47 anni al "David Letterman Show" a parlare con modestia di come non aveva cambiato niente nel mondo. 


Secondo me è stato questo pensiero a farlo impazzire del tutto ed in questo show Unplugged (in acustica, come volete), senza palco, senza transenne, senza distanza, ha salutato il "suo" pubblico guardandoli in faccia e chiedendo SCUSA.


Ecco perché l'importanza di questo brano, al lato del significato delle parole dirette alla moglie Courtney Love, con All Apologies prende le distanze dal mondo musicale, abbraccia idealmente amici e fan, si scusa e si congeda da tutti insomma e, pochi mesi dopo questa straordinaria performance, se ne va in solitudine ed in silenzio, imprimendo per sempre la sua anima disperata al mondo della musica Rock, che dopo di lui non sarà più lo stesso.


Riuscendo, quindi, a cambiare il mondo.


Mi piace immaginarlo correre da solo nel sole e sentirsi unico... "In the sun, in the sun i feel as one"


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Mulholland Drive, non c'ho capito un cazzo

Mulholland Drive è un film che va letto. Chiunque ha intenzione di comprarsi un pacco di pop corn e vedere il film in dolce compagnia, inizierà a copulare col partner dopo cinque minuti spegnendo la tv. Proprio come un libro complesso, va sfogliato più volte, bisogna tornare indietro, riavvolgere il nastro, tentare di capire perché un regista dal nome David Lynch ha voluto ostentare al mondo il proprio squilibrio mentale. Che poi lui ti aiuta, ti dà una mano. Ha fornito dieci indizi al quotidiano britannico ‘The Observer’. Cazzo, neanche fosse un omicidio da ricostruire invece che un film. Betty Elms e Rita, due giovani donne legate da una relazione sentimentale sullo sfondo di una gmulholland-driverottesca Hollywood , diventano Diane Selwyn e Camilla Rhodes, e l’aspetto onirico prende il sopravvento:  scatole blu, tazzine di caffè, primissimi piani, teatri, lampade, barattoli fluttuanti, silenzi inquietanti. Punti di domanda che accompagnano lo spettatore per tutto il film, cercando una risposta che di certo non troverà nel finale. Basta conoscerlo Lynch, a un certo punto capisci che è un folle e non ti disturba nemmeno più di tanto, lo compatisci e lo ami alla follia. Bisogna leggerlo appunto, la pellicola prende vita su due piani differenti che ad un certo punto si rovesciano, e il punto di collegamento è una misteriosa chiave blu che Rita prende dalla borsetta (un colore che ha la meglio sugli altri in ogni scena chiave di tutti i film di Lynch). Una prima interpretazione, la più diffusa, vuole il film diviso in due blocchi opposti, il primo contiene i primi tre quinti della storia e il secondo la restante parte. È molto semplice capire il momento di confine perché avviene nel momento in cui Naomi Watts si masturba, e diciamo che non è una scena che passa inosservata.  Da questo preciso momento viene rappresentato il mondo reale della protagonista, Diane (appunto Naomi Watts), che si risveglia e vive la sua vita. Tutto il blocco precedente non è altro che un sogno, un delirio onirico per compensare il dolore che prova nella sua vita reale. Diane è stata abbandonata da Camilla (Laura Harring), e sogna che lei ritorni nella sua vita sotto i panni di Rita (sempre Laura Harring ma nel blocco onirico), bellissima e inerte, incapace di ferirla come invece ha fatto nella realtà. È che nel mondo dei sogni vediamo le cose come vorremmo che siano e non come sono reamulholland-drive-blue-key1lmente, quindi per Diane il regista Adam Kesher, che è l’uomo per cui Camilla l’ha lasciata, deve soffrire scoprendo di essere stato tradito dalla moglie, spodestato dal set da un boss mafioso e minacciato da una semplice comparsa dei suoi film (un uomo vestito da cowboy), il peggio che gli può succedere.  Di conseguenza, nel sogno di Diane, la madre di Adam non è niente di più della custode del complesso residenziale dove vive sua zia, e lei invece è l’attrice di successo, non Camilla/Rita, che nel suo sogno è la deprecabile attrice raccomandata dal boss. Per concludere sogna che il killer a cui ha commissionato l’omicidio della sua ex amante sia un imbranato e fallisca il compito. Il sogno distorce la realtà, la verità  è completamente all’opposto: Diane è un’attricetta da quattro soldi, fa qualche comparsa quando Camilla trionfa da protagonista e Adam da regista, e Camilla non la ama, la fa soffrire baciando un’altra donna davanti a lei e annunciando il proprio matrimonio con il regista. Nella realtà il killer non fallisce e Diane si suiciderà corrosa dai sensi di colpa (è di se stessa il cadavere che trova in camera, la scena è un momento di congiunzione fra i due piani reale e onirico). C’è un episodio che rimane scoperto da questa interpretazione, e che ne fa emergere una seconda: quello di Dan, l’uomo che si fa psicanalizzare al bar Winkie’s, raccontando i sogni che lo ossessionano, nei quali un barbone dietro l’angolo del cortile appare e lo terrorizza. Quando si affaccia e trova veramente il barbone, muore d’infarto e l’episodio è compreso mulholland1fra le immagini in cui Rita si addormenta e si risveglia. Il bar Winkie’s è il luogo della riemersione memoriale, sia per Rita che ricorda qualcosa leggendo il nome della cameriera e risale all’abitazione in cui è morta Diane, e per Diane che ricorda di aver commissionato in quel locale l’omicidio di Camilla. Il Winkie’s è il luogo in cui viene enunciata la struttura generale del film: un doppio sogno orrorifico che si conclude con la morte del sognatore e Dan non è altro che una proiezione di Diane, un fantasma che anticipa il suo destino: sognare due volte e morire.  Se decidiamo di leggerlo così il film, possiamo arricchirlo di una terza ipotesi interpretativa, ovvero che i due sogni sono due forme patologiche di Diane, attraverso le quali prova ad elaborare la propria identità, nel primo sogno un ‘identità narcisistica e  nel secondo un’identità schiacciata dal Super Io parentale (ed ecco sistemati anche quei simpatici anziani che la assalgono). Questo per dire che nessuna storia è mai una, ne esiste sempre una uguale e contraria. Lynch è uno stronzo perché ti fa innamorare del suo modo malato di fare cinema, della sua capacità di giocare con la cinepresa, di portarti oltre la superficie dell’immanenza, facendoti navigare nella suggestionale e misteriosa scatola magica che alberga nell’essere umano: la propria mente. Ma… avete finito di leggere l’articolo o avete già iniziato a copulare con il vostro partner?


 

L'articolo fa fede all'interpretazione di Barbara Grespi nel libro 'David Lynch' edito da 'Elementi Marsilio'
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Edoardo Bennato - Un giorno credi

La descrizione di un attimo di smarrimento, la paura atavica del cambiamento nell'uomo, una paura che ti colpisce quando "credi di esser giusto e di essere un grande uomo.Un inno ai sognatori, ad avere la forza di guardare sempre un pò più in là, perchè quello che siamo è sempre niente in confronto a quello che potremmo essere, anche se si corre il rischio di andare contromano.Non cediamo alle nostre debolezze, non dobbiamo per forza essere sconfitti,lottiamo per essere "giusti" con tutta la nostra forza
Nonostante tu sappia che occorre molta forza per riprendersi e che occorre non cedere tornando sui soliti passi, non ce l'hai fatta, sei "l'assurdo in persona"e ti sei inventato una scusa, un "falso incidente" per giustificare questo tuo atto di debolezza.
Un giorno credi è una di quelle canzoni in cui ognuno trova un proprio senso, quindi dare un’unica interpretazione sarebbe impossibile e toglierebbe la poesia. Lezione di vita? Critica alla società? Speranza per un futuro migliore? Possiamo solo azzardare ipotesi mentre ascoltiamo questa canzone , scritta da Patrizio Trampetti, della Nuova Compagnia di Canto Popolare e che già nel 1973 regala all'autore grande visibilità, aggraziando il testo con sonorità d'archi, poco" Bennatiane"

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Bruce Springsteen - Dancing In The Dark

Dancing in the Dark è una canzone di Bruce Springsteen, tratta dall'album Born in the U.S.A. e pubblicata come primo singolo nel 1984. È stato il singolo con il più grande successo commerciale pubblicato dal cantautore statunitense, raggiungendo addirittura la posizione n. 2 nella classifica di Billboard. Il videoclip d'accompagnamento del brano è stato diretto da Brian De Palma, la ragazza protagonista del video è una giovane  Courteney Cox.



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Escher - Le vie del paradosso.

Regolarmente ci sono occasioni in cui non sai dire se è Roma che incontra l’Arte o se è l’Arte ad incontrare Roma. Dal 20 settembre 2014 al 22 febbraio 2015 le due Muse si congiungono ancora, stavolta in una mostra al Chiostro del Bramante.


È possibile praticare arte in maniera matematica? Seguire linee e forme geometriche precise e schematiche riuscendo comunque a trasmettere un’emozione?


Un artista è rimasto nella storia proprio grazie al suo modo , anche rivoluzionario, di dare alla fisica una dignità artistica.


Maurits Cornelis Escher [1898  -  1972] è un incisore e grafico olandese, conosciuto soprattutto per le sue costruzioni impossibili; partendo da una profonda conoscenza delle leggi che governano la struttura delle cose, giunge a giocare con esse riproponendole sotto forma di immagini a prima vista realistiche, ma in effetti non plausibili fuori dalle due dimensioni del riquadro. Non solo, offre una visione relativistica delle scene, confondendo i  punti di vista e la prospettiva e dimostrando un’attenzione importante anche alla psicologia oltre che alla scienza. Lo specchio fa da padrone in alcune sue litografie, che sono rigorosamente in bianco e nero, colori spesso disposti in netto contrasto come nelle frequenti rappresentazioni di flussi di figure soggette a metamorfosi (sia di colore che di forma) e alle leggi delle trasformazioni geometriche.


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La mostra al Chiostro del Bramante è un percorso antologico che ripercorre la vita artistica di Escher dai suoi albori fino ai lavori più complessi e introspettivi degli ultimi anni, passando per le raffigurazioni dei paesaggi che ha visitato, Italia inclusa: il verde intorno a Siena e i vicoli di San Gimignano lo avevano rapito nel ricordo della sua terra, l'Olanda. L’esposizione è costruita anche per divertire e coinvolgere il visitatore, tramite giochi con forme geometriche e immagini illusorie, senza far mancare sale o pareti insolite (in linea con lo stile dell’artista) per farsi un bel selfie. Alcuni esempi di opere che resteranno sicuramente impresse ai futuri ospiti sono Relatività - presentata anche nella versione copertina di On The Run dei Pink Floyd­ -, Giorno E Notte  e la celebre Mano Con Sfera Riflettente, simbolo della mostra stessa.


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Se avete voglia di godere del fascino dell’inconsueto e del paradosso  non potete assolutamente perdere questo appuntamento, non rimarrete delusi dalla bellezza  esposta al Chiostro del Bramante.


Per i preziosi consigli e le infinite discussioni sull'arte e sul tutto, un ringraziamento speciale al mio caro amico Leonardo Canestrari.

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Tanti auguri maestro!

Compie oggi 72 anni uno dei più grandi registi viventi: Martin Scorsese. Oscar, Golden Globe, Leone d'Oro, sono solo alcuni dei premi ricevuti da un artista a tutto tondo. Negli ultimi anni, infatti, Scorsese si è messo alla prova anche come produttore, documentarista e regista di cortometraggi. È innegabile come quanto l'intera filmografia del regista, sia nient'altro che un'aperta e spasmodica manifestazione dell'amore viscerale per il cinema nostrano, specie per il Neorealismo. Scorsese fu tra i primi registi a rappresentare, quasi sempre con stile crudo e diretto, l'altra faccia dell'American Style, non solo fatto di apparente perfezione e perbenismo, ma anche di periferie, degrado metropolitano, corruzione. Queste furono, infatti, le tematiche presenti nei suoi più grandi lavori da Casinò, a Quei Bravi Ragazzi, senza dimenticare due tra le maggiori pellicole realizzate dal regista : Taxi Driver e Toro Scatenato (entrambe con un magistrale Robert De Niro). Scorsese ha sempre saputo, e sa tutt'ora, rinnovarsi senza mai ripetersi, azzardando e trattando temi spesso scomodi; come nelle ultime pellicole, le quali hanno sancito un vero e proprio sodalizio con l'attore Leonardo Di Caprio.


Sperando di poter vedere in futuro quanti più lungometraggi possibili, non resta che augurare cento di questi giorni ad un grandissimo regista.

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Lo stile secondo Hemingway

"La giusta maniera di fare, lo stile, non è un concetto vano. È semplicemente il modo di fare ciò che deve essere fatto. Che poi il modo giusto, a cosa compiuta, risulti anche bello, è un fatto accidentale."


Ernest Hemingway

 
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La saga di Star Wars: in che ordine guardare i film?

Parlando con gli amici, dopo un discorso di politica interna ed estera, siamo giunti finalmente ad un argomento più che serio, un argomento che prima o poi nella vita di ognuno dovrebbe essere trattato, una discussione calda, accesa, che nel corso dei decenni ha fatto nascere nuove amicizie, e cancellato al pari di una damnatio memoriae altre amicizie. La questione in termini è: “guardare Star Wars secondo l'ordine di uscita dei film o secondo l'ordine cronologico dei film?”. Chiaramente il punto di partenza può che essere uno solo, cioè domandarvi, qualora non abbiate mai avuto a che fare neanche con una sola pellicola dei sei film usciti, se realmente i vostri genitori vi hanno voluto bene da bambini, o magari dopo aver appurato che non sapete neanche di cosa stia parlando, avete finalmente capito perché il vostro ragazzo vi ha lasciato ed ha preferito scappare addirittura con Chewbacca (questo insulto, e che insulto, lo capirete solo dopo la visione del film). Ma va bene, mettiamo caso aveste vissuto in Amazzonia, su una casa fatta di tronchi tra un albero e l'altro, poi foste arrivati alla civiltà e un passante vi abbia detto “caspita sembri un Ewok con quella barba” e da lì fosse nata la curiosità di sapere cosa fosse un Ewok, il consiglio che vi sto per dare è probabilmente tra le correnti maggioritarie dei fan di Star Wars. Guardare innanzitutto gli episodi IV, V, VI e solo successivamente i più moderni I, II, III. Chiaramente per te neofita della nuova galassia che ti si sta mostrando per la prima volta, mi potresti dare dell'ubriaco, argomentando con frasi del tipo “ Eh ma I viene prima di VI”, chiaramente anche avendo un debito in matematica questo è inconfutabile, ma vorrei porti l'attenzione sulla data di uscita degli episodi per prima cosa.


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Il primo film prodotto fu Guerre Stellari del 1977, in riferimento a questo possiamo notare come non ci sia ne un sottotitolo, ne tanto meno una numerazione dopo il titolo, ciò perché, come Lucas ha poi spiegato successivamente, era insicuro sulla produzione degli altri episodi nonostante avesse già la saga in mente, aspettava solamente un buon riscontro ai botteghini, cosa avvenuta in pieno per il pubblico del '77. Solo successivamente il film venne rititolato Guerre Stellari – Episodio IV – Una Nuova Speranza. Secondo l'idea originale di George Lucas, la saga doveva compiersi in nove pellicole, esattamente tre trilogie, ed il loro punto di forza sarebbe stata la trilogia centrale, cioè gli episodi IV, V, VI. Questa trilogia sarebbe potuto essere una serie indipendente dagli altri film della saga per la loro storia avvincente ed accattivante, tale, da far uscire la seconda trilogia, più di venti anni dopo l'uscita di episodio VI. La trilogia comprendente gli episodi VII, VIII, IX, non venne più presa in considerazione dal regista, ritenendo conclusa la saga con sei episodi. Ma sappiamo che dopo l'acquisto dei diritti di Star Wars da parte della Disney, a dicembre 2015 uscirà il nuovo episodio VII, ma questa è un altra storia.




  • Star Wars: Episode IV - A New Hope: 25 maggio 1977



  • Star Wars: Episode V - The Empire Strikes Back: 21 maggio 1980

  • Star Wars: Episode VI - Return of the Jedi: 25 maggio 1983

  • Star Wars: Episode I - The Phantom Menace: 19 maggio 1999

  • Star Wars: Episode II - Attack of the Clones: 16 maggio 2002

  • Star Wars: Episode III - Revenge of the Sith: 19 maggio 2005


Questa la lista completa in ordine cronologico di uscita dei film della saga. Magari per noi nati agli inizi degli anni 90 e naturalmente i nati negli anni precedenti è stato molto semplice e senza problemi l'approccio a questa grande saga partendo dall'episodio IV, in quanto gli altri film sono successivi e più recenti a noi. Capisco che ad oggi è invece più chiaro avendoli sotto mano tutti partire da La Minaccia Fantasma perché è l'episodio I, così da carpire al meglio l'intera storia completa, ma a mio avviso si perde quella magia che è propria della prima trilogia. Tralasciando il fatto che ormai la frase “Io sono tuo padre” è stata utilizzata all'incirca qualche miliardo di volta per qualsiasi cosa ed anche mio nonno sarebbe in grado di dirmi che Darth Fener è il padre di Luke.


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Un conto però è vedere la trilogia vecchia, sentire la frase, meravigliarsi come se fosse la prima volta, anche se in realtà è la cinquantesima volte che la visioni, e poi domandarti il perché uno dei personaggi più cattivi della storia del cinema, sia diventato così spregevole, qual è stata la sua genesi che lo ha portato al fianco dell'imperatore. Il tutto verrà poi spiegato nella nuova trilogia, senza spoilerare nulla qui. Quindi se vorrai partire dalla visione di Episodio I, perderai quella curiosità che ha attanagliato le vite di milioni di persone per 20 anni, saprai qualsiasi dettaglio sulla vita da bambino e poi da adulto di Lord Vader. Partendo sempre dalla nuova trilogia, potresti lasciar perdere fin da subito la visione della saga, per l'incontro di un personaggio, forse il più odiato dai fan, che potrebbe risultarti quasi irritante, Jar Jar Binks. Jar Jar è l'artefice di molte gag “divertenti”, il suo personaggio venne odiato da critica e pubblico sin dalla sua prima apparizione nel 1999, riuscendo a vincere anche un Razzie Award al peggior attore non protagonista, per intenderci sono gli Oscar che vengono assegnati ai peggiori attori di quell'anno, non male per un essere creato in computer-grafica.


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Passando dalla trilogia nuova alla vecchia, potreste subire il trauma del cambio dei personaggi, passere da uno Yoda in computer-grafica ad altissimi livelli di definizioni, a tutti gli effetti ad un pupazzo in carne ed ossa, passerete da un Ewan McGregor al grande Alec Guinness nei panni di un vecchio Obi-Wan, che magari ai più non sarà famoso come il nostro Ewan perchè morto 14 anni or sono. Innegabilmente gli episodi I, II, III, sono pieni zeppi di effetti speciali di altissimo livello, ma non possiamo negare che gli stessi, presenti negli episodi IV, V, VI, siano altrettanto spettacolari, basti pensare alle esplosioni, alla loro spettacolarità, senza dimenticarci che per l'epoca era veramente qualcosa di mai visto prima sul grande schermo, basterebbe andar a vedere i film italiani usciti negli anni '70-'80 sul grande schermo per rendersi conto del grande salto che fu fatto con episodio IV. Il consiglio che mi sento di dare a te neofita di Star Wars è quello di vedere per primo Una Nuova Speranza e successivamente episodio V e VI, poi I,II,III. Scoprirai le stesse emozioni provate dai bambini degli anni '80 e ti innamorerai incondizionatamente della Forza o del Lato Oscuro della Forza. Il cambiamento del mondo intero prima e dopo Star Wars è innegabile, possibile che milioni di persone in tutto il mondo siano diventate pazze per la saga così, d'un tratto contemporaneamente, o magari hanno appreso tutti gli insegnamenti che la saga ha lasciato loro riuscendo a capire fino in fondo il capolavoro di Lucas. D'altronde se negli Stati Uniti è stata fondata una religione proprio su Star Wars un motivo ci sarà. Ci sarà anche se ad oggi Star Wars dopo più di 30 anni dall'uscita del primo film, il marchio continua ad incassare milioni con il merchandise della saga più famosa di tutti i tempi. Adesso scusate ma vado a rivedermi la vecchia trilogia. Che la forza sia con voi.


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Il 17 novembre 1966 nasceva Jeff Buckley

Oggi avrebbe compiuto 48 anni. Jeff Buckley,  figlio del famoso cantautore folk/rock Tim Buckley con il quale non ebbe mai rapporti, tanto che da piccolo si faceva chiamare Scott Moorhead proprio per accentuare la lontananza dal padre, del quale prese il cognome solo alla sua morte nel 1975, avvenuta per overdose di alcool ed eroina.


Ma dal padre qualcosa aveva ereditato: la grande passione per la musica, che iniziò da subito a coltivare suonando la chitarra acustica, fino a regalarci nel '94 il suo disco d'esordio Grace, unico album registrato dal cantautore finché è rimasto in vita. Se ne è andato troppo presto, morendo a soli 30 anni, lasciando nel suo repertorio piccolo quanto grandioso canzoni struggenti e malinconiche, e un brano, "Last Goodbye" quasi profetico. " This is our last goodbye", recitava il pezzo. E proprio così ti salutiamo anche noi.


Goodbye Jeff!

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Edith Piaf - La Vie En Rose


E' una donna geniale, è inimitabile. Non c'era mai stata una Edith Piaf per me. Non ve ne saranno mai più. E' una stella che brucia nella solitudine notturna del cielo di Francia… (Jaen Coteau)



La cantante francese per antonomasia, nacque nel 1915 sulla strada da padre contorsionista e madre cantante che si esibivano per le vie di Parigi. Fin da bambina iniziò a cantare esibendosi con il padre per i passanti e le persone comuni che ascoltando la sua voce le regalavano qualche moneta e qualche momento di celebrità. Da una vita di stenti si formò cosi una giovane donna bisognosa d'amore e di affetto, generosa e sensibile. Edith Piaf nome d'arte di Edith Giovanna Gassion venne soprannominata Piaf dal suo primo manager che la scoprì per le strade di Parigi all'età di 17 anni, il termine in francese significa passerotto, la chiamò cosi per la sua piccola corporatura ma anche per il suo aspetto smarrito e dallo sguardo toccante che ispirarono in lui, solo nel vederla, un immediato istinto di protezione.


La cantante ebbe una vita molto travagliata anche dopo aver raggiunto il successo, molte le sue storie d'amore alcune finite anche tragicamente ed una malattia, l'artrite reumatoide che la portò ad assumere una eccessiva quantità di medicinali per troppo tempo che provocarono delle complicazioni a livello epatico e finirono per ucciderla nel 1963. Nonostante i suoi problemi personali non volle mai rinunciare al canto che non era mai stato per lei un mestiere ma piuttosto una ragione di vita che le permetteva di creare emozioni e ricevere quell'affetto che aveva bramato da sempre e che costituiva il suo nutrimento vitale. Chissà se fu solo per un caso o per questo suo grande bisogno o per la grande forza di volontà che ci permette di portare avanti quello in cui più crediamo... accadde che negli ultimi anni, nonostante il cedimento del suo corpo notevolmente provato in tutti i suoi aspetti, la sua voce rimase unica e meravigliosa fino alla fine così come l'interpretazione che sapeva dare ai suoi pezzi, gioiosi o tristi che fossero comunicavano, allora come adesso, grinta e immensa commozione allo stesso tempo.


Edith Piaf è ricordata anche per il suo carattere disponibile e amorevole, furono tantissimi gli artisti che incontrò nella sua vita e che aiutò a farsi un nome e in alcuni casi a diventare delle celebrità. Ebbe molti buoni amici legati a lei per tutta la vita, uno di questi amici, il poeta francese Jean Coteau scrisse bellissime parole su di lei in molte sue opere, dedicandole anche un libro dove descrisse il suo sguardo come gli occhi di un cieco che ha appena riacquistato la vista, questa frase non potrò mai dimenticarla, non so dire se per troppa bellezza o per troppa invidia. Quando la cantante morì l'11 ottobre 1963 l'amico poeta si incaricò di scrivere per lei un elogio funebre che lui stesso avrebbe dovuto pronunciare per radio ma morì per un arresto cardiaco quello stesso giorno ancora prima di poterlo fare.


Fu proprio Edith Piaf a scrivere il testo de La vie in rose nel 1945 durante la seconda guerra mondiale. Un elogio della cantante all'amore e alle cose belle della  vita che ci fanno vedere la vita dipinta di rosa, un inno alle piccole felicità di ogni giorno, che anche se per pochi stanti ci permettono di mettere da parte preoccupazioni e dispiaceri. Cosa sarebbero il nostro lavoro, i nostri doveri, i nostri obblighi morali, le nostre virtù e le nostre buone maniere se non avessimo dei momenti in cui non esiste altro al mondo che noi ed i nostri bisogni?


 

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Vorrei vivere in un film di Wes Anderson

“Vorrei vivere in un film di Wes Anderson”. È questa la frase che alberga nella mia mente ogni volta che mi immergo nella visione di un suo film.


Il regista statunitense, nonché sceneggiatore delle sue stesse opere, ha infatti l’innata capacità di far immergere lo spettatore in una favola onirica, caratterizzata da ambientazioni che sembrano quasi irreali ai nostri occhi sebbene si tratti di luoghi realmente esistenti e assolutamente alla portata di tutti, come può essere il vagone di un treno, un bagno o un ascensore. E questo espediente riesce a crearlo grazie alla fotografia. Provate infatti a mettere pausa in un momento qualsiasi della visione del film: avrete l’impressione di guardare un quadro, perfettamente equilibrato sia a livello prospettico che cromatico. I suoi colori sono forti e vivaci, raramente usa toni cupi, proiettando l’osservatore in un mondo astratto e felice: basta pensare ai Courtesan au chocolat della pasticceria Mendl’s in "Grand Budapest Hotel" confezionati in scatole rosa, o alle sgargianti tutine rosse de "I Tenenbaum".


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L’effetto dei suoi “dipinti fotografici” viene accentuato poi da una colonna sonora mai banale e sempre coinvolgente: un esempio sono le musiche del film “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, dove il musicista Seu Jorge è riuscito a riarrangiare le canzoni di un artista del calibro di David Bowie in portoghese.


 Quello che succede nelle pellicole va al di là di ogni logica umana, per il semplice fatto che i personaggi dicono sempre quello che pensano e fanno sempre quello che vogliono, senza risultare  mai cattivi sebbene siano palesemente scorretti, e quindi rendendoli ancora più strani ed accentuando la differenza con quanto avviene nella vita quotidiana, dove i pensieri sono filtrati in funzione della sana educazione civica ed ogni azione crudele viene dalla coscienza umana puntualmente condannata.


In questo artificio magico ed innocente però, non si deve cadere nell’allettante tentativo di rifugiarci in un mondo apparentemente calmo e superficiale, dove nulla è turbato. Al contrario, in esso si nascondono tra le tematiche più drammatiche. Anderson è in grado di parlare di problemi come litigi e abbandoni familiari, delusioni amorose e morte senza mai indugiare troppo a lungo sul loro lato negativo, che in qualche modo viene nascosto durante tutta la visione grazie alla complessa rete di legami che unisce i personaggi e li rende parte di quella globale atmosfera gioiosa ed ironica (in ogni caso si tratta di ironia sottile e satirica per gli osservatori più attenti). Preso singolarmente, ogni personaggio è triste e solitario, ed è per questo che alla fine di ogni film di Wes Anderson non ne esco unicamente immersa nella magia come il film stesso si presenta, ma mi rimane in bocca un sapore agrodolce, che probabilmente è il motivo che rende l'opera ancora più geniale, e vorrei che queste storie non finissero mai.

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Zucchero - Per Colpa di Chi

Per Colpa di Chi è una delle canzoni più famose di Adelmo Fornaciari in arte Zucchero, artista che ha venduto in totale nella sua carriera più di 55 milioni di dischi, entrando di diritto tra gli artisti italiani ad aver venduto più dischi. Un pezzo rock funk nelle corde del musicista emiliano. Il pezzo uscì come singolo nel 1995, come estratto dell'album Spirito DiVino. All'inizio del video della canzone è presente Francesco De Gregori il quale urla di svegliarsi perché il mondo è ammalato, dopodiché comincia la canzone. Zucchero è stato accusato più volte di plagio e anche per questa canzone. Il piano è  identico a quello di Hitchcock Railway di , una canzone del 1969 di Joe Coker, un musicista importante per lui stesso. Tra l'altro l'assolo della canzone si avvicina molto a quello presente nella canzone Calling Elvis dei Dire Straits.


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"The Other Side": la Honda ha prodotto uno degli spot più originali di sempre

La pubblicità è un luogo fertile per la creatività. Gli spot pubblicitari delle automobili sono solitamente i più originali e innovativi. La Honda a varcato la soglia della modernità sconfinando in un territorio mai raggiunto da nessuno prima d'ora. Come presentare due versioni di una nuova automobile? Lo spot pubblicitario della nuova Honda Civic e del rispettivo modello sportivo Type R ha un nome e una storia: The other side. Il video mostra un uomo che guida e va prendere i figli per portarli a scuola; ma avete la possibilità di fare una cosa durante la visione, potete tenere premuto il tasto r della tastiera e la scena si trasformerà. Ci ritroveremo di notte mentre lo stesso uomo guida la versione sportiva e va a fare una rapina. La bellezza è che le storie coincidono e le inquadrature sono lo stesse e, rilasciando il tasto r, invece di  una banda di rapinatori ci saranno dei bambini sui sedili posteriori. Sta a voi decidere a quale delle due storie dedicare più tempo. Uno spot di difficile realizzazione tecnica, scritto e girato benissimo. Questa funzione non è possibile su smartphone quindi potete vederlo solo al pc. Per lo spot cliccate qui. Questo qui sotto è il trailer del video.


 
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Non si nasce scrittori

"Mi piace guardare la boxe. In un certo senso mi ricorda lo scrivere. Solo che l'allenamento è mentale, spirituale. Non si nasce scrittori. Bisogna diventare uno scrittore ogni volta che ci si siede davanti alla macchina da scrivere."


Charles Bukowski

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Born slippy - Ritratto di una generazione persa

Titolata in omaggio ad un levriero da corsa, Born Slippy è forse la traccia techno-progressive che vanta una delle più clamorose introduzioni di tutta la storia della musica.  Composta nel 1995 dal duo inglese Hyde e Smith, in arte gli Underworld,  con la sua eco stentorea e insieme sognante di un brano "nato scivolando", colpisce a fondo i primi fan della musica Techno e, tra gli altri, il regista Danny Boyle che la sceglie come colonna sonora del film-culto "Trainspotting" (1996). Il rimbalzare avvolgente degli unici due accordi della canzone accompagnano il monologo finale del protagonista, lo storico "choose life": dipinto amaro e spietatamente sincero di una generazione, quella della gioventù anni '90, che ha perso, che si arrende a vittima dell'eroina, dell'acid-house e della sua stessa rabbia disperata.trainspotting

"Born Slippy" diviene automaticamente l'inno definitivo dal respiro anelante di quegli anni, e segna un punto di svolta nella musica elettronica. Dopo la sua endemica diffusione, che le porta la notorietà di uno storico hit pop e la rende probabilmente il pezzo techno più noto al mondo, dopo le sue riduzioni radiofoniche (per evitare i 7 minuti di cassa hardcore, poco sopportabili per l'ascoltatore medio, i playlister la mutileranno spesso della parte centrale, un po' come successe all'assolo strumentale di "Light My Fire" dei Doors) si dirà, finalmente, che "la dance music è morta".


In realtà, "Born Slippy" non fa che chiudere nel migliore dei modi un capitolo troppo spesso trascurato della musica, quello che narra le vicende di Underworld, Prodigy, Chemical Brothers e Primal Scream, ovvero le formazioni che più hanno contribuito, con l'uso del canto e di sonorità particolari, alla fine della ghettizzazione della musica elettronica, al suo ingresso trionfante nelle classifiche e nei festival rock (la prima presenza degli Underworld a Glastonbury nel 1992 ha qualcosa di storico, la ripeteranno sette anni dopo davanti a un pubblico formato U2), e, soprattutto, alla sua diffusione e comprensione globale anche da tutti coloro che l'avevano per anni classificata solo come "musica da sballo".



Fonti: Wikipedia, OndaRock.it

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Simon & Garfunkel - The Sound of Silence (Live)

C'è chi pensa che Paul Simon abbia scritto questa canzone per raccontare il trauma subito dagli statunitensi per l'omicidio del presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy avvenuto il 22 novembre 1963.

Grafunkel dice che il tema della canzone è l'incapacità degli esseri umani nella comunicazione. Figura retorica forte è l'ossimoro delle "persone che parlano senza dire nulla". Una canzone veramente commovente e un testo struggente.
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Neri Per Caso - Le Ragazze

Nel 1995, nello scialbo panorama musicale italiano, esplode il fenomeno di un gruppo "a cappella" Salernitano DOC che conquista rapidamente le classifiche e vince anche il Sanremo Giovani 1995 con il loro brano "Le Ragazze": sono i Neri Per Caso.


Il gruppo, perlappunto, si esibisce sempre a cappella senza l'utilizzo di alcuno strumento musicale, tranne in alcune occasioni live o in dischi in cui hanno accompagnato le voci con dei suoni acustici e percussioni creati con oggetti comuni come bicchieri, cucchiaini e fodere.
Il nome originale dei Neri per Caso, composti da Ciro Caravano, Diego Caravano, Gonzalo Caravano, Domenico Caravano, Mario Crescenzo e Massimo De Divitiis, era CRECASON, cioè un acronimo tra i loro cognomi ed iniziali, il nome "Neri per Caso" è nato una sera in cui il compositore/produttore Claudio Mattone assistette ad una loro performance in un locale di Roma e vedendoli tutti vestiti di nero, con jeans neri e maglia nera, chiese loro se si vestissero sempre così. Alla loro risposta "no, è stato un caso", Mattone scelse di farli chiamare "Neri per Caso".


Dopo la vittoria al Sanremo Giovani del 1995 esce il loro primo disco, chiamato anch'esso "Le Ragazze", che contiene cover di noti brani italiani e due canzoni inedite ed ottiene 6 dischi di platino.


Successivamente hanno pubblicato altri 6 album in studio e 4 raccolte e continuano ancora oggi a suonare ed a duettare con altri "mostri sacri" italiani, portando nelle piazze una musica leggera per certi versi differente dal comune, composta sicuramente di elementi genuini ed immediati come gli assoli ed i cori di questi ragazzi.

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The Walking Dead make-up: Dare vita a uno zombie

Tra horror, distopia, splatter e survival,  la serie degli zombie più famosa del mondo ha tra i vari meriti quello di aver avvicinato una grande fetta di pubblico solitamente disinteressato a un genere che non è di nicchia ma nemmeno digeribile da tutti. Basti pensare che la prima puntata della quinta stagione ha raggiunto più di 17 milioni di telespettatori; numeri che continuano a crescere di stagione in stagione: l'episodio di lancio ebbe 5 milioni di spettatori, risultato che comunque fu un record per una premiere. Ed è di certo una delle serie di punta dell'emittente televisiva via cavo AMC (American Movie Classics), la quale annovera tra i suoi scaffali anche Breaking Bad, la recente serie tv creata da Vince Gilligan (X-Files) che ha reso il protagonista Walter White uno dei chimici più famosi del mondo.
La sopravvivenza degli uomini tra cinismo, violenza, nemici umani, nemici morti, e la speranza di tornare un giorno a vivere una vita normale. Tratta dal fumetto omonimo inventato da Rober Kirkman e disegnata per i primi sei numeri da Tony Moore e per i successivi da Charlie Adlard. Il disegno permette, in base alle competenze, di rendere vivi gli zombie sulla carta, ma come prendono vita gli zombie della serie tv?


zombie


Non si può fare a meno di notare la verosimiglianza estetica degli ambulanti che arrancano anelando carne umana, e dobbiamo questo risultato al make-up artist Greg Nicotero (Kill Bill, Bastardi senza gloria, Scream). Ogni zombie richiede un lavoro incredibile dalla scelta di attori adatti per le caratteristiche fisiche, all'applicazione della schiuma di lattice e alla successiva fase di trucco. Attraverso uno stampo vengono realizzate quelle che vengono chiamate teste prostetiche le quali verranno indossate dalle comparse. Il bello di ogni maschera è che rappresenterà un certo tipo ferita e menomazione comunicando così la possibile causa della morte. La fase del trucco servirà a dare i colori della decomposizione, della pelle emaciata, e degli schizzi di sangue. Un paio di lenti a contatto, una maschera dentale che andrà a coprire le labbra e via, lo zombie è pronto a barcollare: è proprio questo che chiede Nicotero agli interpreti, di camminare come fossero ubriachi.
Nel video c'è un'intervista e la realizzazione velocizzata della Bicycle Girl. Lo zombie donna che si trascina sul prato incontrata da Rick Grimes nella prima puntata, la quale è anche protagonista  di un piccolo episodio speciale della durata di circa 7 minuti chiamato Storia di uno zombie (è una web serie composta da sei episodi ognuna con una storia diversa). Notare quante persone vengono impiegate nella realizzazione.


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The Clash - London Calling

London Calling è una canzone dei The Clash, estratta dall'album London Calling del 1979, e pubblicata come singolo il 7 dicembre 1979. Nel novembre 2004 la rivista Rolling Stone posizionò London Calling alla quindicesima posizione della lista delle 500 migliori canzoni di sempre. La canzone è stata scelta come inno delle Olimpiadi di Londra del 2012, suscitando alcune polemiche per il significato originale del testo piuttosto macabroQualcuno ricorda il singolo come colonna sonora del film Agente 007 - La morte può attendere, Billy Elliot e London Boulevard? London Calling (album) compare nella lista dei 500 migliori album secondo Rolling Stone alla posizione numero 8, considerato sempre dalla rivista Rolling Stone come il migliore album degli anni ottanta, pur essendo uscito nel dicembre 1979. In ogni caso con oltre due milioni di copie vendute nel mondo, l'album è stato certificato disco di platino e disco d'oro negli Stati Uniti, oltre che disco d'oro e d'argento nel Regno Unito, dando una notorietà a livello mondiale al gruppo britannico. La copertina del vinile di London Calling è celebre per la fotografia di Paul Simonon che spacca il basso sul palco e per la grafica che riprende il primo album di Elvis Presley. L'immagine volle essere un omaggio a Elvis, primo cantante di rock and roll bianco, con cui si vollero comparare per la temerarietà nelle scelte musicali e per indicare il loro riavvicinamento alle radici del rock.


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