Le radio locali traducono di riflesso la crisi delle attività commerciali “di bottega”, sono in crisi per i mancati investimenti da parte degli imprenditori e dei piccoli commercianti che, dovendo tagliare le spese, tagliano per prima cosa la pubblicità. Sembrerebbe bastare un’equazione molto semplice a spiegare il perché della recessione, ma parlando con Franco Allegretti, fondatore di Radio Galileo (storica radio ternana) e membro della giunta esecutiva e del Consiglio Nazionale AERANTI, l’equazione si riempie di incognite che vale la pena risolvere.
La crisi tocca tutti i settori, radio e televisioni locali, le spese per le concessioni governative e il canone di ottobre gravano pesantemente sul bilancio delle piccole emittenti. Vidimazione dei registri, spese energetiche, commercialista, consulente del lavoro, SIAE e SCF, più le probabili sanzioni e Franco mi dice: “non incassiamo neanche la metà di quello che incassavamo vent’anni fa”. Il mercato è cambiato, le radio musicali nazionali non si erano ancora affermate, il territorio si è impoverito enormemente e non basta più il raggio di mercato dei 100 km intorno alla città. Lo stato in cui si trovano tali emittenti, però, è conseguenza soprattutto degli effetti della legge Mammì. Prima che fosse emanata tale legge (1990) il settore radiotelevisivo era una giungla, che si è ritrovata all’improvviso una serie di costrizioni e controlli ossessivi che ne hanno indebolito l’intraprendenza e tarpato la crescita. Omero Giulivi, fondatore e speaker di Radio Punto Zero dal 1974, sostiene che le radio nazionali sono nate per l’intelligenza e l’intuito di certi imprenditori, che hanno investito e acquistato diversi ponti radio, crescendo in maniera esponenziale e approfittando di questa fase di transizione. Attraverso la legge Mammì viene cancellata la possibilità del volontariato e ogni piccola realtà viene bombardata di divieti, vincoli e costi, punita attraverso sanzioni salatissime, che radio con grandi spalle possono sostenere, le piccole realtà invece faticano a sopravvivere e sono costrette a chiudere o a vendere. Un’altra legge che Franco Allegretti ritiene una causa della crisi è quella sulla Par condicio, che ha cancellato l’autonomia e la libertà a “colpi di spugna”, imbavagliando il protagonismo sociale. Bisogna far parlare unicamente i capi partito, vivere nel terrore che durante una chiamata da casa possa essere pronunciata una parola di troppo che non rispetti i parametri, rendendo così vita impossibile ai cittadini e a chi tenta di fare comunicazione. Radio Punto Zero fu la prima radio in Italia, nel 1979, ad inventare una trasmissione dal nome “Il Sindaco risponde”, dove il Sindaco di Soriano del Cimino (dove prima si trovava ubicata la radio) si presentava in studio a rispondere alle domande dei cittadini. Non è stato possibile mantenerla dal momento in cui chiunque avrebbe potuto bloccare le trasmissioni e denunciare qualsiasi controversia. Il pericolo e la conseguente rinuncia della chiamata a casa (tra l’altro un format rubato dalla TV e dalle radio nazionali) è stato il primo passo verso l’allontanamento degli ascoltatori. La strada spianata se la trovano di fronte solo le radio che smettono di comunicare e scelgono per la maggiore di mandare musica e sponsorizzare artisti: ecco perché il mercato delle radio nazionali è in continua crescita e non risente neanche della crisi economica del settore. “C’è stata una dislocazione di interessi, le radio locali hanno fallito nel loro compito: quello di essere una voce della comunità”, sostiene Allegretti, “il ruolo dell’emittente locale è forte quando resta ancorato ai territori”, volgere sì lo sguardo verso il mondo, ma essere capaci di declinarlo nei propri spazi. Le radio hanno smesso di essere comunità, lo confermano anche Riccardo Ceppari e Gloria Capulli di Radio Verde (nata nel 1976 a Viterbo e tuttora in vita), sostenendo che le radio locali, non molto tempo fa, incarnavano il pensiero del territorio ed erano un’occasione di scambio; nate molte volte per esperienze di amicizia e di avventura, quindi amatoriali, a differenza di quelle che oggi, per stare al passo, sono costrette ad alzare il livello della professionalità. Internet ha soppiantato gli altri media, come sostengono gli intervistati, permettendo la fruizione gratuita ed immediata della musica e creando network sul quale esprimersi, sostituendo così il ruolo che svolgevano le radio e provocando una magra consolazione a chi ne usufruisce, che credendo di parlare al mondo invece parla a se stesso. La radio non è più un’occasione di lavoro, “solo gli eroi stanno sacrificando il loro tempo, i loro soldi per tenere in piedi queste esperienze. Lo fanno per quei ragazzi, non più giovani, che devono arrivare alla pensione” confessa Franco Allegretti, sognando un Paese che torni a dare voce ai territori per salvare le identità, non per isolarsi, nell’Italia nata da ducati e principati, sono questi sani campanilismi che rendono ancora interessante la permanenza sullo Stivale.